Io navigo a vista

Mi rendo conto dell’errore appena entrato, guardando come è vestita la centralinista. Subito mi viene in mente che quella sera hanno la cena aziendale e che mi avevano pure invitato. Impossibile rifiutare ora che già sono lì. Seduto al bar del ristorante mi sento più interessato al tintinnio del ghiaccio nel mio bicchiere che ai discorsi delle altre persone attorno a me. E’ uno di quei posti spersi nella campagna padana con pessimo ristorante e pista da ballo incluso. Uno di quei posti in cui le stelle di periferia cercano di mostrare la loro merce ai ragazzotti con le Golf colore canna di fucile o improbabili abarth create dal carrozziere di fiducia. La serata è già segnata. Ne ho viste e vissute diecimila di serate così. Impiegate scontente che vivono saltando dai loro due mondi paralleli casa/lavoro cercando sogni e certezze ora in uno ora nell’altro. Ascolto distrattamente la ragazza seduta accanto a me. Pensando di farmi piacere lei mi parla di computer e software. Vorrei girarmi e dirle che lei il computer sarebbe meglio non lo usasse nemmeno come soprammobile ma mi limito a far tintinnare il ghiaccio nel bicchiere. Lei mi dice che naviga a vista nel mondo del computer perché non ci capisce niente. Alzo lo sguardo dal mio bicchiere e le dico che è vero. Lei mi chiede cosa sia vero. Io le dico che è vero che lei non ci capisce niente. Ma lo dico con il sorriso e quindi lei lo prende come una battuta e continua a sproloquiare. Mi appoggio con i gomiti sul bancone e guardo attorno a me sempre con questo fastidioso ciarlare nell’orecchio. E’ la seconda volta nel giro di pochi giorni che sento dire navigare a vista. Ora da questa sciaquetta con le tette all’insù e qualche giorno fa da un caro amico. Anche lui come me attraversa un periodo nero e mi aveva detto che navigava a vista. Pure io navigo a vista. Non solo ora però ma da sempre. Da tutta la vita. Ormai sono arrivati quasi tutti e ci si può accomodare ai tavoli. Per le cene aziendali la scelta del tavolo giusto è fondamentale. Donne segretamente innamorate da anni del loro capoufficio hanno solo questa occasione per farsi male. Arrivisti devono essere assolutamente al tavolo del capo per dire lui quella loro idea tanto furba e tanto intelligente. Ma bene o male mi sembra che verrà creato grossomodo la stessa disposizione che tengono in mensa. Qui il gruppetto dell’ EDP, lì quello delle spedizioni, la il magazzino, questa sera vestiti bene e quindi non ghettizzati nelle loro tute da lavoro. Io non ho posto assegnato qui. Sono un consulente esterno. Aspetto solo che tutti si siedano, non voglio essere loro d’impiccio nella serata che servirà come argomento base per le prossime cento pause caffè alla macchinetta. Aspetto di sedermi dove capita. Anzi scelgo fra i posti liberi quello dove conosco meno gente, almeno non mi romperanno le scatole con argomenti di lavoro. Al mio tavolo si sforzano di essere gentili con me. La ragazza alla mia destra si sforza di spiegarmi le situazioni di cui parlano. Io cortesemente la lascio fare e sto al gioco ma sono assai poco interessato a questo microcosmo. Alla mia sinistra c’è una donna decisamente scontenta di dove ha dovuto sedersi. E’ innaturalmente troppo magra. Porta un vestito che nelle sue intenzioni dovrebbe essere sexy e provocante ma invece sottolinea solo i suoi difetti. Non fa altro che parlare male delle sue colleghe e dei suoi colleghi. A sentire lei tutti ci hanno provato con lei. Provo un cordiale rancore per questa donna e non perdo occasione per manifestarlo. Di fronte a me una ragazza di non più di venticinque anni. Bella, vitaminica. Con un corpo tonico e un sorriso spiazzante. Parla bene, non è volgare, non è antipatica ma mi sembra insulsa. Ha le cose giuste al posto giusto. Avessi vent’anni in meno potrei perderci la testa per una così, con la sua camicia quasi maschile però aperta quel tanto che basta a farti intravedere l’attaccatura del seno ma non di più. Con quei jeans che pur senza fasciare fanno immaginare più che fosse nuda. Con quei lunghi capelli che sembrano spettinati ma che offrono splendidi sguardi di tre quarti. Avessi la sua età ne sarei probabilmente innamorato pazzo ma adesso non mi muove neanche la minima traccia di libido. Non ci farei sesso neppure se lei lo volesse e neppure mi pagasse. Già. Negli ultimi tempi il sesso ha cominciato ad essere non più così presente nei miei pensieri, neppure a parole. Pure lì navigo a vista. Aspetto che accada. Guardo oltre la prua della barca attendendo che qualcosa accada. La cena prosegue senza tanti scossoni verso le grappe e i caffè. Adesso basterà fare ancora un po’ di presenza e poi potrò andarmene. Nella sala a fianco c’è una pista da ballo con tutto attorno un infinito bancone bar. Mi siedo su uno scomodissimo trespolo e guardo i movimenti delle masse bevendo qualcosa di super alcolico dal colore E122. Il gioco di sguardi che si era consumato ai tavoli ora cerca una attuazione. Le cacciatrici e i cacciatori si muovono verso le loro improbabili prede. Qualcuno ha già bevuto troppo e sbaglia tattica da subito. Pochi scambi di parole e ritorna al gruppo di partenza. La bionda del bar è un gran pezzo di figa. Inutile usare altre terminologie. A prima vista sembrerebbe stupida come una campana nel deserto ma sprizza prestanza fisica. Cerca il consenso degli sguardi maschili in ogni suo movimento. Secondo me le piace. Forse ci gode pure in questo. Si muove veloce fra bottiglie e bicchieri, seguendo per quanto può la musica assordante che c’è. Ha un accento spagnolo ma secondo me viene dal sud america. Anche lei secondo me naviga a vista. La festa aziendale procede bene. Qualche ragazzo fra quelli del magazzino si muove verso qualche segretaria. Timidamente, con circospezione e attenzione. Facendo semplicemente quello che farebbero se fossero un ragazzo e una ragazza. Ma invece sono un ragazzo e una ragazza che lavorano in due lontani reparti della stessa grande azienda. L’ossuta megera che era seduta alla mia sinistra balla nervosamente mettendo in mostra la sua merce stantia. Cerco di individuare chi sia l’obiettivo di tanta abnegazione. Sembrerebbe il direttore del reparto spedizioni estere, un calvo cinquantenne con pancetta che sul suo PC ha una raccolta di jpg di trans e travestiti. Nonostante siano più o meno tutti racchiusi in pochi metri quadrati sono più lontani che mai fra di loro. Mi rigiro verso il bancone del bar. Ho il bicchiere vuoto e la barista si offre subito di riempirlo. Me lo mette davanti in maniera decisa ma gentile e poi con il suo accento spagnolo mi chiede come mai non vada a ballare. Le sorrido e le dico che sono il peggiore ballerino del pianeta. Lei ride e dice che chi ama ballare non è bravo a fare sesso. Le rispondo che ne il ballo ne il sesso mi interessano in questo momento. Probabilmente questa cosa la spiazza un poco. Secondo me si aspettava una risposta del tipo “vieni qui che te lo faccio vedere io” con annesso verso da gorilla in calore. La ragazza che avevo seduto di fronte a me , Simona, ha anche lei il suo obiettivo, ma lui sembra più interessato ad un’altra. E così lei cerca lui ma lui cerca l’altra. Ma l’altra non cerca lui ma accetta la corte solo per far vedere alle altre che lei è desiderata. Simona non la prende bene. E si mette a bere nervosamente. Prima a tavola chiacchierando mi aveva detto che lei beveva solo gin tonic. Ne faccio preparare uno e glielo porto. Ritorno però subito al mio posto al bancone del bar. Dopo un poco lei arriva e mi ringrazia. Indico verso la pista da ballo e dico “Bello stronzo, lui”. Lei sembrava non aspettare altro per potere sfogarsi e parte con cinque minuti di rabbia e frustrazione. La lascio parlare, limitandomi ad acconsentire con la testa. Penso che lei non naviga a vista. Nonostante il momento trasuda programmazione. Passata la rabbia dello sfogo si vergogna per le cose dette e si congeda velocemente. Mi rigiro verso la barista che ha osservato la scena. Non c’è quasi nessuno nel locale. Mi chiede se faccio il confessore, se sono un prete. Le dico di no. Mi chiede se mi piace ballare. Capisco che allude al fatto se mi piacciono le donne o gli uomini. Alzo la mano e le faccio vedere la fede. Mi dice che quella non conta. In fondo ha ragione. Mi porta da bere e dice che lo offre lei. Ne ha portata una anche per lei. E’ una tequila boom-boom, come la chiamano qui. Mi porge il limone e il sale e poi prepara la tequila sbattendo il bicchiere rumorosamente sul tavolo ed offrendomelo. Fa lo stesso con lei ma accompagna la bevuta con un passo di danza. E’ di gran lunga la persona che mi è più simpatica nel locale questa. Il tempo passa amabilmente con lei. Ma sullo sfondo nessuno dei due dipana una tela di corteggiamento, ma solo divertimento. Mi sento bene con questa ragazza capitata fin qui dall’altra parte del mondo. Non ci sono secondi fini. Solo simpatia reciproca che non ci si nasconde. Si ride e si scherza sui tentativi improbabili di abbordaggio che si fanno sulla pista. Alla fine invece che pochi minuti rimarrò lì fino alla chiusura. Guardando le facce delle persone che escono mi rendo conto che per la maggior parte di loro le cose non sono andate come speravano. Rimangono solo i due ragazzi di prima ad attardarsi. Quello del magazzino con la segretaria dell’ufficio corrispondenza. Io e la barista guardiamo la scena e io sussurro: “ E dai dagli quel numero di cellulare…”. La barista mi appoggia e sottolinea anche lei. Finalmente lui si decide a chiederlo e lo memorizza subito mentre lei lo detta. Lo controllano una, due, tre volte che sia giusto. Io e la barista brindiamo al fatto sinceramente contenti. Mi alzo per salutare e andarmene. Le dico che ho passato una bellissima serata e neppure so come si chiama. Lei dice che il nome non è importante e pure lei si è divertita come non le succedeva da tanto tempo. Esco. Fortunatamente sono venuto con la mia automobile e non dipendo da altri. La avvio e aspetto che le altre auto sgombrino l’uscita prima di partire. Nella mia vita ho sempre navigato a vista. Quando ero innamorato pazzo da avere i crampi allo stomaco, quando ero depresso e stanco. Pure quando mi sono sposato e sono diventato padre nonostante tutto ancora navigavo a vista. Nelle varie difficoltà dell’ultimo anno ho dovuto obbligatoriamente farlo perché non sapevo cosa poter aspettarmi dal domani. Ma non mi è mai pesato farlo. Anzi. Anche questa ragazza la dentro naviga a vista. Per finire dall’Argentina in questo triste e sporco locale di periferia ha sicuramente navigato a vista, spinta da chissà quali burrasche. Forse per questo ci siamo annusati subito, sentiti simili. In un mondo di obblighi e programmi forzati forse i navigatori come noi sono solo ripugnanti sognatori virtuali che non osano prendere decisione. Chissà. Accendo i fari. In un allargarsi di carreggiata una provinciale con il suo fosso a lato mi porterà sulla statale poi sull’autostrada ed infine in città.
A casa.
Navigo a vista verso casa

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The Mutanga Marathon


Mutanga è il nome locale di un paesino che c’è al confine nord del brasile. Sulle carte non è segnato come Mutanga. Ma da tutti i non nativi viene chiamato così non so perché. O meglio mio padre me lo aveva spiegato ma non me lo ricordo più. Se non fosse per l’estrazione di un minerale prezioso dai fanghi che sgorgano della terra a mutanga ci sarebbero solo quattro capanne. Ed invece C’è un centro di estrazione e trasformazione che ospita almeno 500 occidentali e attorno si è sviluppato un paesino di circa 5000 abitanti.

A mutanga si corre una maratona. Il 31 Dicembre. Ci partecipano poche decine di persone. La cosa strana di questa maratona è che non parte mai alla stessa ora. Già. Questa maratona è nata per scommessa ad una pranzo diversi anni prima. Quattro inglesi fecero una scommessa che avrebbero corso una maratona in meno tre ore. Nel pomeriggio misurarono il percorso e visto che era l’ultimo dell’anno decisero che sarebbero partiti alle nove di sera. Così se ci avessero messo più di tre ore potevano essere presi in giro perché ci avrebbero messo più di un anno ad arrivare. Se invece fossero arrivati sotto le tre ore sarebbero arrivati in paese durante i festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. Detto fatto. Il primo ci mise 3 ore e 20. Da allora a Mutanga tutti gli anni il 31 dicembre fanno una maratona che parte a mezzanotte meno il record della corsa. Solo chi farà il record arriverà entro l’anno. Tutti gli altri ci metteranno un anno per farlo. Mio padre è qui per l’ONU come osservatore sugli effetti dell’estrazione di questo minerale. Sembra possa essere tossico. Non solo sembra stia provocando degli smottamenti del terreno. Sono venuto a trovarlo qui in occasione delle vacanze natalizie anche perché altrimenti non ci incontriamo mai. E’ vecchio e malato anche se non lo dice e ho spesso la sensazione che non ci rimane molto tempo da vivere insieme. Anche se questo posto è nel buco del culo del mondo e fa schifo anche ai maiali sono venuto a passare qualche giorno con lui. Imparo della corsa il giorno appena arrivato. Arrivare qui non è uno scherzo. Servono due giorni di viaggio partendo dal Venezuela. Il record della corsa è di 2h44′30″. E’ un tempo alla mia portata visto che mi sto preparando per la maratona di Londra e ho già corso in allenamento fondo lento 40 chilometri in due ore e quaranta. Decido di farla e mi iscrivo. La partenza è fissata alle 21:15:30″. Nonostante la mia opposizione mio padre decide di seguirmi in bicicletta. Non vorrei perché per uno che ha il suo male non è la cosa migliore ma pure mi fa piacere, perché mostra un interessamento alle cose che faccio che mai aveva mostrato prima. Alla partenza siamo in sessanta circa. Tutti sono gentili con me. Mi vengono a stringere la mano, mi chiedono i miei tempi, mi augurano buona fortuna. C’è una sana allegria. Non sembra di essere ad una corsa competitiva. Oddio competitiva è una parola non adatta.

Partenza. Decido di impostare un ritmo di 3′45″ / Km. Giusto per vedere cosa accade. C’è chi parte fortissimo forse 3′10″ ma dall’abbigliamento e dal respiro intuisco che è solo una sparata per mettersi in vista prima di uscire dal paese. Ed infatti dopo due chilometri sono lì che tornano indietro. Fuori dal paese mi aspetta mio padre. Al terzo chilometro. Passaggio in 10′50″. Siamo un gruppetto di cinque persone. Mio padre mi affianca silenzioso. Non sa cosa dire. Non è mai andato in bicicletta di fianco a un corridore. A distanza di trenta secondi mi chiede “come va?”. Poi mi chiede se è questo il ritmo che intendo fare. Lo vedo dubbioso. Infatti per chi non ha consuetudine con al corsa sembra impossibile che certi ritmi possano essere tenuti così a lungo. Per arrivare a Mutanga non ci sono strade asfaltate ma attorno a Mutanga sì. Un asfalto bello scorrevole. Con i lampioni ai alti. L’hanno fatto per gli animali. Quelli della miniera spesso la notte venivano assaliti da piccoli animali selvatici. L’asfalto e la luce incredibilmente li tiene lontani ma fa impressione vedere nella foresta questa strada asfaltata e illuminata. Avanti da noi c’è il furgone dell’organizzazione con bottiglie d’acqua e qualche curioso e volontario ma spesso si fermerà a salutare amici o a dare un passaggio ad altri. 5000 in 18′50″, ultimo mille in 3′41″. Non sembra una gara ma un allenamento. Guardo mio padre sulla sua Bianchi vintage. Ha quella bicicletta da non so quanti anni. E’ una bicicletta da corsa. Se l’è portata in giro per il mondo scatenando curiosità e ilarità in chi lo vedeva nei posti più strani. Una volta me lo ricordo a Rangoon in giacca e cravatta con le mollette ai pantaloni affinché non andassero nella catena…Ora indossa un paio di bermuda militari. E’ magro e ormai consumato dal male ma sia io che lui fingiamo che non sia vero. Mi guarda e mi sorride. Quando vinsi la mia prima gara importante, un 1500 ai campionati del campus, alla partenza era lì sulla tribuna all’arrivo quando dopo avere vinto mi girai alla ricerca del suo sguardo non c’era più. Andato via. Partito per chi sa quale missione. E fra la partenza e l’arrivo erano passati meno di quattro minuti. Ora era lì. Di fianco a me. E ci sarebbe stato per oltre due ore mezza. Ultimo mille in 3′30″. Troppo forte. Lasciarmi prendere dai ricordi mi ha fatto inconsciamente aumentare il ritmo.

Gracchia il walkie talkie di mio padre. Sento pronunciare il nome di mia sorella Stella e poi mio padre rallenta perché ha difficoltà a parlare e guidare la bici. Intanto passo i 10 Km in 37′50″. Faccio velocemente i conti e mi viene una media di 3′47″/Km. Stella, mia sorella, da anni vive a Rio. Faceva la modella poi aveva smesso per problemi di droga. Ora viveva in una specie di eremo felice che si era creata nella casa di nostra nonna disegnando ceramica o altro. Ma più che altro cercando di domare il suo male di vivere. Io e Stella eravamo molto uniti. La nostra famiglia era sempre in giro per i mondo per lavoro. Difficilmente stavamo più di un anno nello stesso posto. Non abbiamo mai avuto un punto fermo perché mamma e papà anche prima di divorziare erano sempre impegnati. Insomma non avevamo che noi. Mio padre mi affianca. E’ pallido, terreo. Ho la sensazione netta che sia accaduto qualcosa. Mi dice cha hanno telefonato che Stella è ricoverata in ospedale per overdose. Non si sa se ce la farà. Abbasso lo sguardo e continuo a correre. Lo faccio meccanicamente. Chiedo a mio padre come si può fare per andare a Rio. Mi dice che fino a domani mattina è impossibile. Comincio a piangere ma continuo a correre. Stella. Stella mia. Mio padre armeggia con il walkie talkie e cerca di avere più informazioni. Io e Stella c’eravamo fatti spesso promesse eterne quando eravamo piccoli. Che ad esempio non ci saremmo mai lasciati. Osservo i cartelli a bordo strada con le scritte dei chilometri. Li vedo passare e mi sento come stordito. Mia sorella è in fin di vita ed io son qui che corro? In realtà non posso fare nulla. Per reazione sto solo continuando a fare quello che stavo facendo prima. Mio padre mi dice che sta molto male e che sta passando una crisi profonda. Fra un’oretta si saprà qualcosa di più. Se passa la crisi ce la può fare. Guardo il cartello dei 15 Km. Istintivamente guardo il cronometro. 58′15″. Ho corso questi ultimi cinque chilometri ad oltre i 4′ Km. Un’ora. Cerco di immaginarmi mia sorella nel letto di ospedale. Purtroppo non ho difficoltà a farlo. Già una volta l’avevo raccolta in overdose. Anzi eravamo entrambi strafatti ma solo eli aveva ceduto. Ero rimasto di fianco a lei tutta la notte e in ogni istante sembrava dovesse andarsene e poi magicamente ritornava.

Quando eravamo adolescenti la sera andavamo sul tetto della nostra casa a guardare le stelle e fantasticavamo sul nostro futuro. Indicando una stella cadente avevo ironizzato che quello ero io e facevo il fischio tipo oggetto che cade. Lei si era messa a piangere e aveva detto che quello non ero io e non potevo lasciarla sola lassù. Ed indicò la stella più luminosa, la più bella. E mi chiese di prometterle che sarei stato sempre con lei. Che almeno io ci sarei stato sempre. Le avevo promesso di sì. Ma in realtà negli ultimi anni mia sorella era solo una foto in cornice sulla scrivania. Un’ora non passa mai. La testa mi scoppia. Mi vengono in mente tutte le nostre case, le vacanze al sole, al mare. La mia festa di laurea in cui tutti i miei compagni di università mi chiedevano chi fosse e se la presentavo loro. Mio padre non parla con me. Armeggia continuamente con il walkie talkie. Chiede se ci sono novità. Non ci stupiamo che stiamo facendo una cosa assurda. Stiamo semplicemente continuando a fare quello che stavamo facendo. Mi accorgo del cartello della mezza maratona. Spingo il tasto lap sul cronometro e guardo. 1h19′25″. Ho corso gli ultimi chilometri sotto i 3′30″. Ma in realtà non ho il più pallido ricordo di avere corso. Hanno detto almeno un’ora. Quindi devo correre ancora almeno altri dieci chilometri prima di sapere qualcosa. Sto per impazzire. Mi rendo conto che mi sono aggrappato a questa corsa per non impazzire. E pure mio padre sembra esserne reso conto. Cerco di concentrami sulla corsa solo per togliermi i brutti pensieri dalla testa. Può farcela. E’ forte. Devo aspettare senza impazzire.

Quasi penso che sto correndo per lei. Anche se non è una olimpiade e neppure una corsa importante. Comincio strani meccanismi del tipo se corro meno di questo tempo vedrai che lei ce la farà. Guardo l’ultimo mille. 3′28″. Penso fra me e me: “Stella questa fatica e questa sofferenza e per te”. Comincio a pensare che possa esserci un parallelismo fra la fatica che faccio io e la lotta fisica che sta facendo Stella. Come se la fatica e il dolore che provo mi accomunassero a lei. Mio padre si accorge di questo. La percepisce. Ho la sensazione che abbia davanti a se che io e lei siamo una cosa sola. E che il legame che c’è fra noi è diverso. Che improvvisamente cominci arrendersi conto che lui non c’era. Continuo a correre dicendo dai Stella dai, che ce la facciamo. I percorsi del dolore sono diversi e infiniti. Io correndo a 3′27″ al chilometro in mezzo alla foresta penso di aiutare mia sorella in un letto di ospedale. Passaggio al venticinquesimo in 1h32′52″. La media totale dovrebbe essere attorno poco più dei 3′42″/Km. Penso al trentesimo chilometro come il traguardo parziale. Attorno a quel chilometraggio dovremmo avere notizie di Stella. Siamo io e mio padre da soli nella foresta a correre in silenzio. Io continuo a correre sotto i 3′30″. E’ il mio voto, la mia autopunizione per non esserci. Mio padre invece vede nella mia determinazione, nella mia sofferenza la sua assenza passata e irrecuperabile. Dal venticinquesimo al trentesimo a 3′27″ di media. Passaggio al trentesimo in 1h50′10″. Rallento un attimo, quasi avessi raggiunto il mio scopo e guardo mio padre in attesa che provi a ricontattare l’ospedale. Passano circa tre chilometri prima che ciò avvenga. 3 Km percorsi in 11′30″. Siamo al trentatreesimo chilometro in 2h01′40″. Mia sorella non è ancora uscita dalla crisi.

E’ sicuramente colpa mia. Se avessi corso più forte lei sicuramente ce l’avrebbe fatta. E’ solo colpa mia. Riprendo a correre più forte. Ma non riesco a scendere sotto i 3′35″ al chilometro. Le gambe sono dure. Non sento nulla. Solo piombo fuso nelle gambe. Mi sembra di sentire la voce di Stella che dice che dipende da me. Non riesco ad andare più forte. Piango e dico “Scusa Stella ma non ce la faccio, scusami”. Mio padre mi dice di insistere. Ho per la prima volta la sensazione di vicinanza di mio padre, di famiglia. Chilometro 35, 36, 37. Faccio sempre più fatica. Ogni sforzo ulteriore è come se non bastasse. La velocità è scesa attorno ai 3′50″ e faccio sempre più fatica. Mi sembra che Stella sia sempre più lontana per colpa mia. Chilometro 39. Gracchia il walkie talkie. Mio padre rallenta. Rallento pure io. So che ci diranno che è morta. E’ colpa mia. Se correvo più forte sarebbe stata viva ora. Il sorriso di mio padre mi coglie impreparato. Urla e dice che sta meglio e che ha chiesto un gelato. Chilometro 40. Tempo 2h26′10″. Ho una gioia esplosiva dentro. Mi sento esplodere. Le gambe hanno improvvisamente nuova energia. Tutto il mio corpo ha nuova energia. Cambio completamente ritmo. E’ come se da fermo mi fossi rimesso a correre. Quarantunesimo chilometro in 3′25″. La gente comincia ad essere per le strade. E’ gente allegra per festeggiare l’ultimo dell’anno. Fra poco ci sarà la festa per strada i fuochi artificiali. Io e mio padre voliamo. Quarantaduesimo chilometro in 3′05″. Ultimi 195 metri. Io emio padre attraversiamo la linea di arrivo insieme. Tempo totale 2h33′10″. Mi danno da bere e mi circondano per congratularsi con me. Non vedo mio padre. Chiamo papà. Ma non lo vedo. La festa sta per scoppiare. Non mi ricordo l’ultima volta che ho chiamato papà mio padre. Mancano pochi minuti a mezzanotte, all’ultimo dell’anno. Finalmente ci incontriamo e ci abbracciamo piangendo. Attorno a noi la gente comincia il count down alla mezzanotte e subito tutto attorno è un insieme di bottiglie che vengono stappate e di fuochi d’artificio di gente che si abbraccia e che si fa gli auguri. Ed io e mio padre lì in mezzo a piangere abbracciati.

Giusto in tempo.
Ho ritrovato mio padre prima di perderlo definitivamente di lì a poche settimane.