Del perché ho disabilitato il mio account facebook

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Qualche giorno fa ho disabilitato il mio account Facebook. Disabilitato non cancellato. era un po’ che pensavo di farlo e questo ha scatenato reazioni fra le più disparate nella mia cerchia di amicizia. In realtà pensandoci bene due tipi di reazioni solamente: totale indifferenza oppure preoccupazioni per il mio stato mentale. Per evitare di dovere ripetere le stesse cose a 100 persone spiego quindi qui i motivi per cui ho fatto questa cosa. Innanzitutto non è per un motivo di privacy. Già Facebook ti permetteva di intervenire abbastanza dettagliatamente in queste impostazioni e quindi a parte alcuni bug questa non era un problema. Non è neppure un problema di mercato dei miei dati personali. Anche qui esistono gli strumenti per difendersi abbastanza bene. Il motivo principale è stato che mi sono accorto che aveva modificato il mio modo di confrontarmi con gli amici più stretti. Mi spiego meglio. FB è fenomenale per come ti permette di rientrare in contatto con persone che non vedevi da tempo. Ex colleghi, ex compagni, ex ex inteso come vecchie fidanzate. Attraverso FB improvvisamente scopri una faccia vagamente conosciuta, allora gli/le mandi un messaggio, si fa a vicenda il Bignami degli ultimi vent’anni e poi lo scambio con questa categoria di “amici” diventa un like, un poke, un commento a qualche foto. Non è ne più ne meno quello che faccio alla mattina al bar mentre prendo il caffè con gli altri avventori. Difficilmente si entra in una nuova fase di interazione più profonda. Tutto sommato la cosa potrebbe pure andare bene. Ho notato però che questo modo di porsi, di confrontarsi molto superficiale si è espanso pure a quella cerchia di amici più stretti con cui sei solito cercare di ritagliarti un po’ di tempo per frequentarli. Quel “like”, quel “poke” che ogni tanto scambi con loro diviene per entrambi un contatto che allontana il contatto reale. Certo ovviamente ci si sente, ci si vede frequentemente ma a causa di quelle modalità di rimbalzo su Facebook i tempi e le modalità sono un poco più dilatati. Ci sono persone che prima se non le vedevo o sentivo per una settimana stavo male. Poi con Facebook attraverso le foto, gli status vedevo che “erano vive”. Ma vedevo comunque quella che loro volevano fosse la loro immagine pubblica. Addirittura mi sono capitate persone che infilavano dei ragionamenti basandosi sulla frequenza dei miei aggiornamenti di stato. Tutto questo comunque dilatava nel tempo il momento in cui si prende in mano il telefono e si dice “Ciao  sono io, come va?”. Per quale motivo per avere 100, 200 o 1000 amici su Facebook devo dare meno banda a quei forse 10 che mi interessano di più? Ne vale la pena? A mio avviso no.

Quel qualcosa che

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La nostra avventura era cominciata un giorno di primavera. Mio moglie era sul divano e la mattina eravamo stati alla prima ecografia in cui avevamo sentito il battito del cuore della nostra prima figlia. Il pomeriggio un po’ in trance bivaccavamo in soggiorno consultando libri tutti uguali se quello che bisogna fare prima, durante e dopo il parto e ci scambiavamo impressioni sulla mattinata. D’improvviso mia moglie se ne usci con una frase che fu per me una rivelazione. “Ecco noi siamo due cuori”. A parte una vaga sensazione di stonatura grammaticale era la mirabile sintesi di quello che era il mio stato reale non virtuale e immaginato della cosa, dell’avere un figlio. Lei erano due cuori io ero fino a quel momento solo spettatore della cosa. Spettatore privilegiato, partecipe, interessato ma null’altro. Fino a quel momento con un po’ di vergogna pensai che tutto il mio apporto era stato un irrigidimento muscolare e un sospiro appena trattenuto prima del rilassamento. Tutto lì. Quella cosa ed io ancora nonostante tutto non avevamo nulla di reale di magico fra noi come invece era tra lei e mia moglie.

Quella mattina di fine estate il parto ci furono alcune complicazioni durante il parto per cui il mio primo pensiero era per mia moglie, per la madre. Ma le cose cambiarono improvvisamente quando poco dopo quando tutto si era aggiustato mi ritrovai su una sedia con lei, la nuova arrivata in braccio. Nel momento esatto in cui lei mi prese con movimento istintivo il dito con la mano scoppiò dentro di me un sentimento nuovo, inaspettato. Forte come la prima volta che mi innamorai, potente come un tuono, dirompente come un fiume in piena. Era la paternità. Era l’inizio di qualcosa di nuovo che avrebbe cambiato la mia vita in maniera netta al punto da potere dire che ieri era un prima e l’oggi il dopo.

I dieci anni del dopo sono stati una riscoperta anche di me stesso, una rinascita, un confronto e un continuo apprendimento. Io non sarò mai la persona che dice che solo chi ha un figlio può capire certe cose, mi sembra insultante. Il problema è di chi vuole descrivere questo sentimento che dà della sua limitazione verbale la colpa agli altri che non capiscono. E tanto meno io nella mia povertà espressiva posso permettermi di provarci. Ma c’è un episodio che posso raccontare che anche se non spiega il sentimento può aiutare a individuare la direzione di quel qualcosa che.

A Maggio è tempo di saggi di danza e mia figlia ormai da qualche anno frequenta un corso di danza classica presso una scuola di danza. Il saggio finale di queste scuole non professioniste sono fatte ad uso e consumo dei parenti e amici. Quindi tutte le specialità a turno hanno un breve spazio per poi arrivare dopo due ore di spettacolo ad un “vogliamoci tutti bene” sul palco con ringraziamenti e applausi. Ormai ne ho fatti parecchi e mentre mi sono ovviamente emozionato a guardare mia figlia spesso mi sono annoiato nell’attesa del ringraziamento finale. E così quest’ultima domenica di maggio del 2013 dopo avere visto subito all’inizio l’esibizione di mia figlia e del suo corso guardavo distrattamente i palchi del Teatro Comunale alla ricerca di persone che conoscessi. Ero rapito da come l’interno dei palchi si illuminasse ogni qual volta che qualcuno accendeva lo schermo del suo smartphone e mi chiedevo se potesse e come essere organizzato uno spettacolo sincronizzando le luci che apparivano sugli schermi dei telefonini. Insomma tutto pensavo e guardavo tranne che l’esibizione di una qualche tipo di danza moderna che c’era sul palco. E poi improvvisamente ho sentito come un calore dentro un qualcosa che mi diceva di girarmi verso il palco. Mia figlia era lì che ballava, aveva preso il posto di una che si era infortunata poco prima. Io avevo sentito forte la sua presenza e la sua vicinanza, era quel qualcosa che descrivere non sai descrivere ma che c’è. Un legame, una linea, non saprei come descrivere perché sono povero di parole nel farlo. Ma tutte le volte che sento questa cosa ecco posso dire che quello è il mio sentimento di padre verso le mie figlie.

Ecco questa è la direzione di quel sentimento, di quel qualcosa che.