Etciù

Le piscine sono una ambiente troppo rumoroso per distrarsi a pensare. Dalla tribuna osservo mia figlia aspettare il proprio turno con l’istruttrice di nuoto. Fa tenerezza nel suo costume intero sportivo e nella sua cuffia con Winnie Pooh sopra. Fino a poco fa chiacchieravo con la madre di una compagna di corso di mia figlia ma poi le era squillato il cellulare con una imbarazzante “Cavalcata delle Valchirie” e si era allontanata a parlare fitto fitto. Cerco di inseguire qualche pensiero ma non riesco, troppe le distrazioni e i richiami ad altro. Cerco di distendere un po’ le gambe nella ristrettezza dei posti a sedere. La madre é ancora al telefono. Si è appoggiata alla ringhiera e fra la maglietta e i jeans è sbucato un tatuaggio che finisce più in basso. E’ una ragazza piacente questa, forse un po’ trasandata ma in forma. Guardo il tatuaggio e cerco di immaginare come finisca in basso, verso il sedere. Distraggo lo sguardo e i pensieri. Si dice che l’uomo pensi al sesso circa 300 volte al giorno contro le 20 circa di una donna. Forse è vero. Forse 320 o 280 ma comunque tante. La madre continua a stare in quella posizione ed anzi involontariamente ha accentuato lo sporgere del sedere. Guardo un attimo i jeans tirati sulle natiche. Se continuo così oggi farò molto più che trecento. Giro la testa dalla parte opposta alla ricerca di qualcosa di diverso. Vedo il bar. Ecco un caffè ci starebbe bene. Scendo dagli scaloni in cemento e mi dirigo verso il bar guardando distrattamente verso le piscine.

Prendo un succo di frutta, il caffè non era il caso e mi siedo a queste specie di tavolini alti, con seggiolini su cui devi arrampicarti per poi appolaiarti. Secondo me li fanno scomodi apposta per impedire che la gente ci si fermi a lungo. Sfoglio un giornale locale che è pieno di nulla e pettegolezzi e guardo attraverso la vetrata la piscina. L’acqua è un elemento che non mi è mai appartenuto. Abbiamo convissuto in maniera spesso civile ma l’acqua non è il mio elemento. Ho fatto diversi corsi di perfezionamento al nuoto, pure per il brevetto di sub ma io e l’acqua rimaniamo in due ambienti distanti, non ostili ma distinti. L’unica acqua che amo è la pioggia. Magari correndo. Ecco la primavera è il momento ideale per correre sotto la pioggia. Ci sono quelle piogge sottili che le attraversi come fossero nebbie e pure quegli acquazzoni insistenti. Vedo la mia immagine riflessa sul vetro e penso solo ad alcune volte che ho corso sotto la pioggia con una gioia primitiva, infantile. Anche oggi piove. Sarebbe un giorno perfetto per andare a correre. Se solo potessi. Vengo distratto dai miei pensieri da un piccolo rumore, quasi un singhiozzo. Nell’altro tavolino seduta di fronte a me c’è la figlia della barista, una ragazzina adolescente. Prima avevo sentito che veniva sgridata perché non va bene a scuola e per punizione non avrebbe potuto uscire questa sera, questo sabato sera con gli amici. Sul tavolino ci sono dei libri e dei quaderni aperti. Ogni tanto viene ripresa dalla madre. Il libro è di matematica. Lei piagnucola e dice che non capisce niente di matematica. Torno a guardare la mia immagine riflessa sovraimpressa al mondo della piscina la dentro. Sono sempre stato portato per la matematica. Alle superiori pur senza avere mai studiato avevo la media dell’otto. Le dimostrazioni dei teoremi mi erano lampanti da subito, non c’era bisogno di riguardarli. Alla università la stessa cosa. I due esami di analisi matematica li avevo superati senza prepararli, limitandomi a sfogliare il programma e a vedere se lo sapevo. Ma per me una lavagna con i vari passaggi risolutivi era chiara evidenza, non mi ci perdevo. Era quasi rassicurante . La prof di latino al Liceo aveva detto che ero un traditore perché diceva che il Latino e la matematica erano la stessa cosa. E io le avevo risposto “Prof la matematica la vedo, la sento il Latino no”. Sono sicuramente dotato più della media in matematica ma non sono un genio. Ma nonostante tutto non ho mai voluto coltivare questo talento. Ho preferito seguire mille altre cose in cui ero sicuramente molto meno dotato. Sorrido a al pensiero di cosa avrebbe potuto essere la mia vita se avessi seguito questa strada. Forse migliore, forse no ma comunque non era quella la direzione che mi interessava. La adolescente all’ennesimo rimbrotto della madre ha riempito gli occhi di lacrime. Non vuole piangere e non vuole farlo vedere alla madre soprattutto. Quante volte sono stato chiuso in camera per punizione perché non volevo andare da barbiere per poi rimediare degli imbarazzanti tagli a spazzola. In quei lunghi giorni di isolamento pensavo “Vedrai poi quando avrò diciott’anni…”. Sono poi arrivati quei diciotto e non è successo nulla. L’adolescente tiene la testa praticamente piegata sul quaderno in modo che i capelli le coprano la faccia dalla vista della madre. Ma io vedo un paio di lacrime cadere sul quaderno e mescolarsi all’inchiostro generando una nuvola, anzi una macchia che ben rappresenta la matematica per quella mente. Le chiedo cosa stia studiando di matematica. Lei alza lo sguardo verso di me. Mi fa una grande tenerezza con quegli occhi pieni di lacrime. Se vuoi ti aiuto un attimo. Nel dirlo guardo la madre per averne il consenso. Mi siedo al tavolino con lei e guardo il libro degli esercizi. Quando ero all’università avevo dato tante e tante ripetizioni di matematica che nonostante sia passato tanto tempo è un attimo capire cosa dire e come dirlo. Le spiego come risolvere quel tipo di esercizio giocandoci e scherzandoci su. Mi accorgo che ha capito perché una volta arrivata in fondo mi guarda con gli occhi fuori dalle orbite sorridente, confusa, stupita. Si getta a capofitto nell’esercizio seguente e lo risolve da sola mostrandomi di avere capito il meccanismo. Da come mi guarda si intuisce che pure lei ora vede la matematica, per lo meno quella in quello esercizio. E’ una iniezione di fiducia e di conforto. Sorride e mi ringrazia mentre vado via che sta per finire la lezione di mia figlia. Mentre cammino sulle tribune mi giro a guardarla ancora una volta. Ha la testa su e si sta facendo la coda. Non uscirà lo stesso questa sera con i suoi amici ma sembra stare meglio.

La madre tatuata è ancora ala telefono nella stessa posizione ma il suo tatuaggio non mi solletica più la fantasia. Ho in mente solo una cosa ora. Riprendo mia figlia, la lavo, la asciugo e la vesto. In macchina ho la sua mantellina para pioggia e gli stivali di gomma. Giriamo giusto dietro la piscina dove c’è un parcheggio semivuoto pieno di pozzanghere. La vesto bene che non si bagni e poi usciamo entrambi sotto al pioggia a giocare con le pozzanghere.

Lo so, mia moglie non approverebbe, ma io quando ero piccolo non ho mai corso dentro le pozzanghere con mio papà. Me lo ricorderei bene. Esattamente come ora ricordo a faccia di mia figlia mentre mi insegue dentro una pozzanghera che potrebbe essere un lago.

Etciù.

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