The Mutanga Marathon


Mutanga è il nome locale di un paesino che c’è al confine nord del brasile. Sulle carte non è segnato come Mutanga. Ma da tutti i non nativi viene chiamato così non so perché. O meglio mio padre me lo aveva spiegato ma non me lo ricordo più. Se non fosse per l’estrazione di un minerale prezioso dai fanghi che sgorgano della terra a mutanga ci sarebbero solo quattro capanne. Ed invece C’è un centro di estrazione e trasformazione che ospita almeno 500 occidentali e attorno si è sviluppato un paesino di circa 5000 abitanti.

A mutanga si corre una maratona. Il 31 Dicembre. Ci partecipano poche decine di persone. La cosa strana di questa maratona è che non parte mai alla stessa ora. Già. Questa maratona è nata per scommessa ad una pranzo diversi anni prima. Quattro inglesi fecero una scommessa che avrebbero corso una maratona in meno tre ore. Nel pomeriggio misurarono il percorso e visto che era l’ultimo dell’anno decisero che sarebbero partiti alle nove di sera. Così se ci avessero messo più di tre ore potevano essere presi in giro perché ci avrebbero messo più di un anno ad arrivare. Se invece fossero arrivati sotto le tre ore sarebbero arrivati in paese durante i festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. Detto fatto. Il primo ci mise 3 ore e 20. Da allora a Mutanga tutti gli anni il 31 dicembre fanno una maratona che parte a mezzanotte meno il record della corsa. Solo chi farà il record arriverà entro l’anno. Tutti gli altri ci metteranno un anno per farlo. Mio padre è qui per l’ONU come osservatore sugli effetti dell’estrazione di questo minerale. Sembra possa essere tossico. Non solo sembra stia provocando degli smottamenti del terreno. Sono venuto a trovarlo qui in occasione delle vacanze natalizie anche perché altrimenti non ci incontriamo mai. E’ vecchio e malato anche se non lo dice e ho spesso la sensazione che non ci rimane molto tempo da vivere insieme. Anche se questo posto è nel buco del culo del mondo e fa schifo anche ai maiali sono venuto a passare qualche giorno con lui. Imparo della corsa il giorno appena arrivato. Arrivare qui non è uno scherzo. Servono due giorni di viaggio partendo dal Venezuela. Il record della corsa è di 2h44′30″. E’ un tempo alla mia portata visto che mi sto preparando per la maratona di Londra e ho già corso in allenamento fondo lento 40 chilometri in due ore e quaranta. Decido di farla e mi iscrivo. La partenza è fissata alle 21:15:30″. Nonostante la mia opposizione mio padre decide di seguirmi in bicicletta. Non vorrei perché per uno che ha il suo male non è la cosa migliore ma pure mi fa piacere, perché mostra un interessamento alle cose che faccio che mai aveva mostrato prima. Alla partenza siamo in sessanta circa. Tutti sono gentili con me. Mi vengono a stringere la mano, mi chiedono i miei tempi, mi augurano buona fortuna. C’è una sana allegria. Non sembra di essere ad una corsa competitiva. Oddio competitiva è una parola non adatta.

Partenza. Decido di impostare un ritmo di 3′45″ / Km. Giusto per vedere cosa accade. C’è chi parte fortissimo forse 3′10″ ma dall’abbigliamento e dal respiro intuisco che è solo una sparata per mettersi in vista prima di uscire dal paese. Ed infatti dopo due chilometri sono lì che tornano indietro. Fuori dal paese mi aspetta mio padre. Al terzo chilometro. Passaggio in 10′50″. Siamo un gruppetto di cinque persone. Mio padre mi affianca silenzioso. Non sa cosa dire. Non è mai andato in bicicletta di fianco a un corridore. A distanza di trenta secondi mi chiede “come va?”. Poi mi chiede se è questo il ritmo che intendo fare. Lo vedo dubbioso. Infatti per chi non ha consuetudine con al corsa sembra impossibile che certi ritmi possano essere tenuti così a lungo. Per arrivare a Mutanga non ci sono strade asfaltate ma attorno a Mutanga sì. Un asfalto bello scorrevole. Con i lampioni ai alti. L’hanno fatto per gli animali. Quelli della miniera spesso la notte venivano assaliti da piccoli animali selvatici. L’asfalto e la luce incredibilmente li tiene lontani ma fa impressione vedere nella foresta questa strada asfaltata e illuminata. Avanti da noi c’è il furgone dell’organizzazione con bottiglie d’acqua e qualche curioso e volontario ma spesso si fermerà a salutare amici o a dare un passaggio ad altri. 5000 in 18′50″, ultimo mille in 3′41″. Non sembra una gara ma un allenamento. Guardo mio padre sulla sua Bianchi vintage. Ha quella bicicletta da non so quanti anni. E’ una bicicletta da corsa. Se l’è portata in giro per il mondo scatenando curiosità e ilarità in chi lo vedeva nei posti più strani. Una volta me lo ricordo a Rangoon in giacca e cravatta con le mollette ai pantaloni affinché non andassero nella catena…Ora indossa un paio di bermuda militari. E’ magro e ormai consumato dal male ma sia io che lui fingiamo che non sia vero. Mi guarda e mi sorride. Quando vinsi la mia prima gara importante, un 1500 ai campionati del campus, alla partenza era lì sulla tribuna all’arrivo quando dopo avere vinto mi girai alla ricerca del suo sguardo non c’era più. Andato via. Partito per chi sa quale missione. E fra la partenza e l’arrivo erano passati meno di quattro minuti. Ora era lì. Di fianco a me. E ci sarebbe stato per oltre due ore mezza. Ultimo mille in 3′30″. Troppo forte. Lasciarmi prendere dai ricordi mi ha fatto inconsciamente aumentare il ritmo.

Gracchia il walkie talkie di mio padre. Sento pronunciare il nome di mia sorella Stella e poi mio padre rallenta perché ha difficoltà a parlare e guidare la bici. Intanto passo i 10 Km in 37′50″. Faccio velocemente i conti e mi viene una media di 3′47″/Km. Stella, mia sorella, da anni vive a Rio. Faceva la modella poi aveva smesso per problemi di droga. Ora viveva in una specie di eremo felice che si era creata nella casa di nostra nonna disegnando ceramica o altro. Ma più che altro cercando di domare il suo male di vivere. Io e Stella eravamo molto uniti. La nostra famiglia era sempre in giro per i mondo per lavoro. Difficilmente stavamo più di un anno nello stesso posto. Non abbiamo mai avuto un punto fermo perché mamma e papà anche prima di divorziare erano sempre impegnati. Insomma non avevamo che noi. Mio padre mi affianca. E’ pallido, terreo. Ho la sensazione netta che sia accaduto qualcosa. Mi dice cha hanno telefonato che Stella è ricoverata in ospedale per overdose. Non si sa se ce la farà. Abbasso lo sguardo e continuo a correre. Lo faccio meccanicamente. Chiedo a mio padre come si può fare per andare a Rio. Mi dice che fino a domani mattina è impossibile. Comincio a piangere ma continuo a correre. Stella. Stella mia. Mio padre armeggia con il walkie talkie e cerca di avere più informazioni. Io e Stella c’eravamo fatti spesso promesse eterne quando eravamo piccoli. Che ad esempio non ci saremmo mai lasciati. Osservo i cartelli a bordo strada con le scritte dei chilometri. Li vedo passare e mi sento come stordito. Mia sorella è in fin di vita ed io son qui che corro? In realtà non posso fare nulla. Per reazione sto solo continuando a fare quello che stavo facendo prima. Mio padre mi dice che sta molto male e che sta passando una crisi profonda. Fra un’oretta si saprà qualcosa di più. Se passa la crisi ce la può fare. Guardo il cartello dei 15 Km. Istintivamente guardo il cronometro. 58′15″. Ho corso questi ultimi cinque chilometri ad oltre i 4′ Km. Un’ora. Cerco di immaginarmi mia sorella nel letto di ospedale. Purtroppo non ho difficoltà a farlo. Già una volta l’avevo raccolta in overdose. Anzi eravamo entrambi strafatti ma solo eli aveva ceduto. Ero rimasto di fianco a lei tutta la notte e in ogni istante sembrava dovesse andarsene e poi magicamente ritornava.

Quando eravamo adolescenti la sera andavamo sul tetto della nostra casa a guardare le stelle e fantasticavamo sul nostro futuro. Indicando una stella cadente avevo ironizzato che quello ero io e facevo il fischio tipo oggetto che cade. Lei si era messa a piangere e aveva detto che quello non ero io e non potevo lasciarla sola lassù. Ed indicò la stella più luminosa, la più bella. E mi chiese di prometterle che sarei stato sempre con lei. Che almeno io ci sarei stato sempre. Le avevo promesso di sì. Ma in realtà negli ultimi anni mia sorella era solo una foto in cornice sulla scrivania. Un’ora non passa mai. La testa mi scoppia. Mi vengono in mente tutte le nostre case, le vacanze al sole, al mare. La mia festa di laurea in cui tutti i miei compagni di università mi chiedevano chi fosse e se la presentavo loro. Mio padre non parla con me. Armeggia continuamente con il walkie talkie. Chiede se ci sono novità. Non ci stupiamo che stiamo facendo una cosa assurda. Stiamo semplicemente continuando a fare quello che stavamo facendo. Mi accorgo del cartello della mezza maratona. Spingo il tasto lap sul cronometro e guardo. 1h19′25″. Ho corso gli ultimi chilometri sotto i 3′30″. Ma in realtà non ho il più pallido ricordo di avere corso. Hanno detto almeno un’ora. Quindi devo correre ancora almeno altri dieci chilometri prima di sapere qualcosa. Sto per impazzire. Mi rendo conto che mi sono aggrappato a questa corsa per non impazzire. E pure mio padre sembra esserne reso conto. Cerco di concentrami sulla corsa solo per togliermi i brutti pensieri dalla testa. Può farcela. E’ forte. Devo aspettare senza impazzire.

Quasi penso che sto correndo per lei. Anche se non è una olimpiade e neppure una corsa importante. Comincio strani meccanismi del tipo se corro meno di questo tempo vedrai che lei ce la farà. Guardo l’ultimo mille. 3′28″. Penso fra me e me: “Stella questa fatica e questa sofferenza e per te”. Comincio a pensare che possa esserci un parallelismo fra la fatica che faccio io e la lotta fisica che sta facendo Stella. Come se la fatica e il dolore che provo mi accomunassero a lei. Mio padre si accorge di questo. La percepisce. Ho la sensazione che abbia davanti a se che io e lei siamo una cosa sola. E che il legame che c’è fra noi è diverso. Che improvvisamente cominci arrendersi conto che lui non c’era. Continuo a correre dicendo dai Stella dai, che ce la facciamo. I percorsi del dolore sono diversi e infiniti. Io correndo a 3′27″ al chilometro in mezzo alla foresta penso di aiutare mia sorella in un letto di ospedale. Passaggio al venticinquesimo in 1h32′52″. La media totale dovrebbe essere attorno poco più dei 3′42″/Km. Penso al trentesimo chilometro come il traguardo parziale. Attorno a quel chilometraggio dovremmo avere notizie di Stella. Siamo io e mio padre da soli nella foresta a correre in silenzio. Io continuo a correre sotto i 3′30″. E’ il mio voto, la mia autopunizione per non esserci. Mio padre invece vede nella mia determinazione, nella mia sofferenza la sua assenza passata e irrecuperabile. Dal venticinquesimo al trentesimo a 3′27″ di media. Passaggio al trentesimo in 1h50′10″. Rallento un attimo, quasi avessi raggiunto il mio scopo e guardo mio padre in attesa che provi a ricontattare l’ospedale. Passano circa tre chilometri prima che ciò avvenga. 3 Km percorsi in 11′30″. Siamo al trentatreesimo chilometro in 2h01′40″. Mia sorella non è ancora uscita dalla crisi.

E’ sicuramente colpa mia. Se avessi corso più forte lei sicuramente ce l’avrebbe fatta. E’ solo colpa mia. Riprendo a correre più forte. Ma non riesco a scendere sotto i 3′35″ al chilometro. Le gambe sono dure. Non sento nulla. Solo piombo fuso nelle gambe. Mi sembra di sentire la voce di Stella che dice che dipende da me. Non riesco ad andare più forte. Piango e dico “Scusa Stella ma non ce la faccio, scusami”. Mio padre mi dice di insistere. Ho per la prima volta la sensazione di vicinanza di mio padre, di famiglia. Chilometro 35, 36, 37. Faccio sempre più fatica. Ogni sforzo ulteriore è come se non bastasse. La velocità è scesa attorno ai 3′50″ e faccio sempre più fatica. Mi sembra che Stella sia sempre più lontana per colpa mia. Chilometro 39. Gracchia il walkie talkie. Mio padre rallenta. Rallento pure io. So che ci diranno che è morta. E’ colpa mia. Se correvo più forte sarebbe stata viva ora. Il sorriso di mio padre mi coglie impreparato. Urla e dice che sta meglio e che ha chiesto un gelato. Chilometro 40. Tempo 2h26′10″. Ho una gioia esplosiva dentro. Mi sento esplodere. Le gambe hanno improvvisamente nuova energia. Tutto il mio corpo ha nuova energia. Cambio completamente ritmo. E’ come se da fermo mi fossi rimesso a correre. Quarantunesimo chilometro in 3′25″. La gente comincia ad essere per le strade. E’ gente allegra per festeggiare l’ultimo dell’anno. Fra poco ci sarà la festa per strada i fuochi artificiali. Io e mio padre voliamo. Quarantaduesimo chilometro in 3′05″. Ultimi 195 metri. Io emio padre attraversiamo la linea di arrivo insieme. Tempo totale 2h33′10″. Mi danno da bere e mi circondano per congratularsi con me. Non vedo mio padre. Chiamo papà. Ma non lo vedo. La festa sta per scoppiare. Non mi ricordo l’ultima volta che ho chiamato papà mio padre. Mancano pochi minuti a mezzanotte, all’ultimo dell’anno. Finalmente ci incontriamo e ci abbracciamo piangendo. Attorno a noi la gente comincia il count down alla mezzanotte e subito tutto attorno è un insieme di bottiglie che vengono stappate e di fuochi d’artificio di gente che si abbraccia e che si fa gli auguri. Ed io e mio padre lì in mezzo a piangere abbracciati.

Giusto in tempo.
Ho ritrovato mio padre prima di perderlo definitivamente di lì a poche settimane.