Il palio più antico del mondo. Il mestiere più antico del mondo.

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Maggio a Ferrara è il periodo del Palio. “Il Palio più antico del mondo” viene sbandierato nel sito e probabilmente è anche vero ma in realtà è stato fermo per 500 anni, più o meno come il terremoto, per essere poi ripreso da Italo Balbo durante il fascismo. Poi si è interrotto nuovamente ed è stato ripreso attorno agli anni ’70. Il Palio di Ferrara non sarà mai sentito dagli abitanti locali. A parte i contradaioli, i loro amici e parenti prossimi gli altri se ne sbattono altamente i cojoni. Molti neppure sanno di che contrada sono o quali siano le contrade partecipanti al Palio. Quando io ero piccolo erano soliti quelli della contrada girare di casa in casa a chiedere una offerta. Se la litigavano con coloro che vendevano l’Unità o Lotta Continua. . Giravano alla ricerca di giovani, sia per sbandierare sfilare o correre ma per me l’unica cosa interessante in contrada era che potevo battere sul tamburo senza che nessuno ti dicesse di smettere. Più ovviamente c’era un po’ di figa. Per fare questo non era neppure importante che fosse la mia contrada ma bastava che fosse una contrada. Oggi il Palio è pompato come macchina turistica ma non ho la certezza funzioni. A fine Maggio la città data la stagione è comunque piena di turisti e non ho mai sentito di qualcuno che sia venuto espressamente a Ferrara per il Palio. Giuro. Ho sentito persone che sono venute per mostre al Palazzo dei Diamanti, per il Baloon Festival, per i Buskers Festival e pure per gli ombrelli appesi in via Mazzini ma per il Palio mai. Ma non è un problema. Magari ha solo bisogno di un poco di rodaggio anche se è il più antico del mondo. Non è pure un problema che il comune quest’anno abbia dato 120.000 euro come sponsorizzazione. Soldi pure miei visto che pago le tasse. Ma la cosa più fastidiosa che trovo è il comportamento da puttane che tengono alcune contrade nell’accaparramento dei putti e delle putte. Che sarebbero quelli e quelle che corrono. L’unica che con assoluta certezza fa un bel discorso è San Giacomo ma tutte le altre o quasi tutte si comportano da veri magnaccia alla ricerca della ultima novità, promettendo soldi, telefoni e vita eterna. Fregandosi che sono adolescenti vulnerabili e buttandoli poi nel cesso il giorno dopo la gare. Non tutte le contrade certo, non le conosco tutte per poterlo affermare con certezza. Ma per la metà abbondante posso dirlo perchè l’ho visto. Ma quello che più mi stupisce è che ancora non abbiano girato un film porno ambientato nel mondo del Palio di Ferrara. Gli ingredienti ci sono tutti. Si potrebbero fare orge etero, bi, gay, lesbo,  animal e chi più ne ha più ne metta. Si potrebbe fare un filmone. Sul Palio di Siena ne hanno fatti. Siena ci batte ahimè.  Però Ferrara è più antico.

Del perché ho disabilitato il mio account facebook

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Qualche giorno fa ho disabilitato il mio account Facebook. Disabilitato non cancellato. era un po’ che pensavo di farlo e questo ha scatenato reazioni fra le più disparate nella mia cerchia di amicizia. In realtà pensandoci bene due tipi di reazioni solamente: totale indifferenza oppure preoccupazioni per il mio stato mentale. Per evitare di dovere ripetere le stesse cose a 100 persone spiego quindi qui i motivi per cui ho fatto questa cosa. Innanzitutto non è per un motivo di privacy. Già Facebook ti permetteva di intervenire abbastanza dettagliatamente in queste impostazioni e quindi a parte alcuni bug questa non era un problema. Non è neppure un problema di mercato dei miei dati personali. Anche qui esistono gli strumenti per difendersi abbastanza bene. Il motivo principale è stato che mi sono accorto che aveva modificato il mio modo di confrontarmi con gli amici più stretti. Mi spiego meglio. FB è fenomenale per come ti permette di rientrare in contatto con persone che non vedevi da tempo. Ex colleghi, ex compagni, ex ex inteso come vecchie fidanzate. Attraverso FB improvvisamente scopri una faccia vagamente conosciuta, allora gli/le mandi un messaggio, si fa a vicenda il Bignami degli ultimi vent’anni e poi lo scambio con questa categoria di “amici” diventa un like, un poke, un commento a qualche foto. Non è ne più ne meno quello che faccio alla mattina al bar mentre prendo il caffè con gli altri avventori. Difficilmente si entra in una nuova fase di interazione più profonda. Tutto sommato la cosa potrebbe pure andare bene. Ho notato però che questo modo di porsi, di confrontarsi molto superficiale si è espanso pure a quella cerchia di amici più stretti con cui sei solito cercare di ritagliarti un po’ di tempo per frequentarli. Quel “like”, quel “poke” che ogni tanto scambi con loro diviene per entrambi un contatto che allontana il contatto reale. Certo ovviamente ci si sente, ci si vede frequentemente ma a causa di quelle modalità di rimbalzo su Facebook i tempi e le modalità sono un poco più dilatati. Ci sono persone che prima se non le vedevo o sentivo per una settimana stavo male. Poi con Facebook attraverso le foto, gli status vedevo che “erano vive”. Ma vedevo comunque quella che loro volevano fosse la loro immagine pubblica. Addirittura mi sono capitate persone che infilavano dei ragionamenti basandosi sulla frequenza dei miei aggiornamenti di stato. Tutto questo comunque dilatava nel tempo il momento in cui si prende in mano il telefono e si dice “Ciao  sono io, come va?”. Per quale motivo per avere 100, 200 o 1000 amici su Facebook devo dare meno banda a quei forse 10 che mi interessano di più? Ne vale la pena? A mio avviso no.

Quel qualcosa che

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La nostra avventura era cominciata un giorno di primavera. Mio moglie era sul divano e la mattina eravamo stati alla prima ecografia in cui avevamo sentito il battito del cuore della nostra prima figlia. Il pomeriggio un po’ in trance bivaccavamo in soggiorno consultando libri tutti uguali se quello che bisogna fare prima, durante e dopo il parto e ci scambiavamo impressioni sulla mattinata. D’improvviso mia moglie se ne usci con una frase che fu per me una rivelazione. “Ecco noi siamo due cuori”. A parte una vaga sensazione di stonatura grammaticale era la mirabile sintesi di quello che era il mio stato reale non virtuale e immaginato della cosa, dell’avere un figlio. Lei erano due cuori io ero fino a quel momento solo spettatore della cosa. Spettatore privilegiato, partecipe, interessato ma null’altro. Fino a quel momento con un po’ di vergogna pensai che tutto il mio apporto era stato un irrigidimento muscolare e un sospiro appena trattenuto prima del rilassamento. Tutto lì. Quella cosa ed io ancora nonostante tutto non avevamo nulla di reale di magico fra noi come invece era tra lei e mia moglie.

Quella mattina di fine estate il parto ci furono alcune complicazioni durante il parto per cui il mio primo pensiero era per mia moglie, per la madre. Ma le cose cambiarono improvvisamente quando poco dopo quando tutto si era aggiustato mi ritrovai su una sedia con lei, la nuova arrivata in braccio. Nel momento esatto in cui lei mi prese con movimento istintivo il dito con la mano scoppiò dentro di me un sentimento nuovo, inaspettato. Forte come la prima volta che mi innamorai, potente come un tuono, dirompente come un fiume in piena. Era la paternità. Era l’inizio di qualcosa di nuovo che avrebbe cambiato la mia vita in maniera netta al punto da potere dire che ieri era un prima e l’oggi il dopo.

I dieci anni del dopo sono stati una riscoperta anche di me stesso, una rinascita, un confronto e un continuo apprendimento. Io non sarò mai la persona che dice che solo chi ha un figlio può capire certe cose, mi sembra insultante. Il problema è di chi vuole descrivere questo sentimento che dà della sua limitazione verbale la colpa agli altri che non capiscono. E tanto meno io nella mia povertà espressiva posso permettermi di provarci. Ma c’è un episodio che posso raccontare che anche se non spiega il sentimento può aiutare a individuare la direzione di quel qualcosa che.

A Maggio è tempo di saggi di danza e mia figlia ormai da qualche anno frequenta un corso di danza classica presso una scuola di danza. Il saggio finale di queste scuole non professioniste sono fatte ad uso e consumo dei parenti e amici. Quindi tutte le specialità a turno hanno un breve spazio per poi arrivare dopo due ore di spettacolo ad un “vogliamoci tutti bene” sul palco con ringraziamenti e applausi. Ormai ne ho fatti parecchi e mentre mi sono ovviamente emozionato a guardare mia figlia spesso mi sono annoiato nell’attesa del ringraziamento finale. E così quest’ultima domenica di maggio del 2013 dopo avere visto subito all’inizio l’esibizione di mia figlia e del suo corso guardavo distrattamente i palchi del Teatro Comunale alla ricerca di persone che conoscessi. Ero rapito da come l’interno dei palchi si illuminasse ogni qual volta che qualcuno accendeva lo schermo del suo smartphone e mi chiedevo se potesse e come essere organizzato uno spettacolo sincronizzando le luci che apparivano sugli schermi dei telefonini. Insomma tutto pensavo e guardavo tranne che l’esibizione di una qualche tipo di danza moderna che c’era sul palco. E poi improvvisamente ho sentito come un calore dentro un qualcosa che mi diceva di girarmi verso il palco. Mia figlia era lì che ballava, aveva preso il posto di una che si era infortunata poco prima. Io avevo sentito forte la sua presenza e la sua vicinanza, era quel qualcosa che descrivere non sai descrivere ma che c’è. Un legame, una linea, non saprei come descrivere perché sono povero di parole nel farlo. Ma tutte le volte che sento questa cosa ecco posso dire che quello è il mio sentimento di padre verso le mie figlie.

Ecco questa è la direzione di quel sentimento, di quel qualcosa che.

Guarda se metto una sedia sul balcone e ci salgo sopra la in fondo si può vedere il mare

“Aiutateami sto male. Aiutatemi, il mio bambino sta male.” A quelle parole si può reagire in modi diversi: si potrebbe correre lontano, far finta di niente e tirare dritto oppure fare come ho fatto io: rimanere lì un attimo impalati a guardare la chiazza di sangue e altro che si allarga sul vestito estivo. Una coda in autostrada non è un buon posto per partorire. Cambio di scena, la camera mi segue mentre corro lungo la corsia di emergenza urlando “Un dottore, c’è un dottore?”.  Mi sveglio di soprassalto  mi siedo sul letto. Sorrido al pensiero di quel ricordo. L’avevo poi trovato un dottore anzi un veterinario a dire il vero  ed insieme avevamo aiutato quella donna a partorire. Mi era rimasto impresso il fatto che da alcune auto lì vicino neppure si fossero preoccupati un attimo di scendere a vedere se c’era bisogno di una mano. Mi alzo dal letto  provo a bere qualcosa per vedere se questo stato di agitazione passa oppure no. Rimango in cucina appoggiato al secchiaio ad ascoltare i rumori del frigo per qualche minuto. Cerco di intuire l’ora guardando l’orologio a muro ma sono senza occhiali ed è impresa ardua data la mia miopia.

Spengo la luce e rimango in corridoio incerto sul da farsi. Andare  a letto ancora? A girarmi  rigirami finché  mia moglie non mi manda a cagare o fare qualcos’altro? Un libro? Un film? Chattare su Internet? Prendo il portatile e mi siedo sul divano in salotto, così con la sola luce dei lampioni che filtra dalla finestra semichiusa.  Guardo la scritta Ctrl+Alt+Del ma non faccio nulla. Lo appoggio sul tavolino e mi distendo sul divano a pensare ad alcun cose da organizzare il giorno seguente. Ma la testa ha deciso di seguire percorsi suoi. Mi viene in mente una chiacchierata fatta con Doug nel pomeriggio, non ricordo neppure più con quale mezzo o attraverso quale media: essendo entrambi “homini informatici” utilizziamo tutti i mezzi tecnologici a nostra disposizione, telefono, sms, skype, IM, email  e appena avranno perfezionato l’hardware la telepatia. Comunque facevamo l’analisi dei suoi tremila corsi qualche giorno prima. Il suo primo tremila in pista corso oltre i quarant’’anni.  E al di la dei freddi numeri era piacevole sentire il senso di divertimento di “esperienza” che veniva fuori. I tremila in pista non erano la mia specialità a suo tempo ne ho corsi pochi in carriera.  Forse una decina in tutto.

Le mie specialità preferite erano i millecinque  e i tremila siepi. Strana bestia la pista. Se una maratona ti regala forti emozioni cloroformizzate nella distanza e nel tempo, la pista è tutto più forte e più intenso. La maratona è un incontro con una donna compreso il corteggiamento durante la cena e tutti movimenti circolari di avvicinamento alla preda fino al sesso in casa da lei con tanto di coccole finali. I millecinque sono una scopata selvaggia con una donna che mai avresti pensato te la avrebbe data. Scopi lì in auto in fretta e in equilibrio precario cercando improbabili appoggi per potere essere più penetrante nel tuo “fendente” e trovandoti poco dopo con il fiato grosso sudato ed una strana sensazione addosso. Sì la corsa in pista è così. La maratona è più zen ( om ), chiacchieri , guardi attorno, pensi, ricordi. No la pista non è così. ‘ una muta di cani lanciati a sbranarsi dietro alla volpe virtuale’. Entrambe queste corse sono sofferenza ma mentre la maratona  è il trionfo del decadimento per fatica ( logaritmico Doug, logaritmico ) l’altra è lo stupro delle carni, è l’urlo di dolore del masochista che si infila il coltello bollente nelle carni. Non c’è fatica in pista. Non ho mai sentito un vero pistard dire “ho fatto fatica” ma ho sentito dire “ho sentito male”,”non riuscivo a respirare”. La pista è irrazionale. Passi al primo giro  e ti dici? “Ma chi cazzo ce la fa a continuare così?” E invece ti spoglieresti pure della carne pur di arrivare , figuriamoci se ti preoccupi delle palle cadute in partenza. E’ una immersione in apnea. I rumori, gli odori e i sapori sono diversi.  Ma non c’è mai tempo per elaborarli in gara. Lì vai ad istinto. Ci pensi dopo. Dopo l’arrivo quando fai quei cento metri verso la tua borsa in uno stato fra la vita e la morte apparente. Come un fantasma. E tutto questo te lo sei guadagnato in lunghi inverni sotto la pioggia, la neve ad  allenarti da solo. Già. Perché c’è quel momento prima della partenza in cui fai qualche allungo e percepisci lo stato del tuo corpo. Se oggi è giornata sì oppure no. Se nonostante il dolore  il sapore del sangue in gola volerai oppure no. Perché la sensazione che cerchi come un drogato è quella.

Datemi la mia dose di volo.

Fuori la luce violastra dell’alba ha preso il posto di quella gialla arancione dei lampioni. Già si sente qualche macchina passare. Rifletto su quanto mi manchino quei momenti, quelle serate in giro sulle piste della mia regione a sputare sangue. Sul tavolino il PC portatile si è spento da solo con un rumore che è sembrato quasi un soffio, un sibilo di insofferenza. Lascio che i pensieri scorrano da soli a mente libera. Una volta ero fuori a cena con un amico medico che mi raccontava che aveva assistito per la prima volta d un parto e che diceva che in fondo una delle cose più belle che esistano era contornata da merda piscio sangue e sofferenza. Perché alla fine la donna che partorisce perde il controllo dl proprio corpo urla caga e piscia mentre è straziata dal dolore del parto, torna al suo stato naturale di “animale”.

Come animalesco e per nulla romantico è il rapporto sessuale in fondo. Sono due animali che si accoppiano quelli. Puoi metterci le luci soffuse le mani che romanticamente si stringono ma in realtà i termini dl ragionamento in quel momento sono altri. I termini sono cazzo, figa, tette, culo, lingua, dita, mani in tutte l possibili combinazioni.  Tempo fa fermo in coda in autostrada seguivo un ragionamento sulle cose che mi avevano veramente “sconvolto” nel corso della mia esistenza. Avevo mentalmente elencato l’amore, il sesso, la corsa, la paternità in ordine vagamente cronologico.  Tutte queste cose hanno cambiato la mia vita nella testa e nel corpo, mi hanno scombussolato lo stomaco.

Il pensiero era stato interrotto dalle urla di una donna che chiedeva aiuto per il suo bambino. Ma anche se quello era avvenuto quindici anni prima poco importa data la circolarità del tempo che esiste da sempre nella mia testa.

Sono le cinque e trenta. E’ ormai ora di alzarsi.

Relax and Swing

I primi passi sembrano i più difficili. Le gambe legnose e doloranti. Solo due mesi fa questa sensazione durava almeno due chilometri ora invece bastano cinquecento metri per ritrovarmi a mio agio, nel mio mondo imperfetto ma così rassicurante. Raggiungo il mio solito percorso di corsa, non ci sono studenti in giro perché hanno chiuso le scuole. Tutta la città è silenziosa soprattutto la notte. Perché la verità è che anche qui per noi che nonostante non abbiamo avuto gravi danni la vita è cambiata dal venti di Maggio. Mia figlia a quest’ora è ancora alla scuola materna ed è per questo che corro su percorsi in cui possa vedere case e uffici, nella città e non nel verde. Il mio baricentro è la sua scuola e quanto tempo posso metterci a raggiungerla in caso di bisogno. Tutto per noi è cambiato. Guardo il cronometro, quattro e quarantacinque al chilometro. La scuola è a ottocento metri, posso essere là in circa tre minuti. Non è stato il mio primo terremoto forte. Quando c’è stato quello nelle Marche e Umbria io ero a Perugia. Ma a quel tempo non avevo figli e non ero a casa. Mi ero affrettato per andare a casa, il mio luogo sicuro. Questo invece mi aveva colpito nella mia casa, rendendola improvvisamente non più “la casa” ma una abitazione.

Quattro e trentacinque al chilometro. Dovrei calare ma ho voglia di correre , di stancarmi a morte, di non pensare. Il venti di Maggio alle quattro ero a dormire sul divano. La piccola aveva fatto un brutto sogno e mi aveva espropriato il lettone. Avevo aperto gli occhi incuriosito dal rumore. Un rombo crescente che veniva da tutto attorno non dalla strada. Mi ci sono voluti alcuni secondi ho realizzato cosa fosse. I vari oggetti che c’erano sulle librerie hanno cominciato a volare per terra e a rompersi, quadri , ricordi dei viaggi, libri. Il pavimento ha preso quasi a ribollire e subito la luce è andata via. Le varie “spie” del televisore, del decoder sono scomparse, il divano si è girato. Le tapparelle le avevo tirate completamente giù perché era serata con manifestazioni del Palio e quindi c’era molta confusione per strada. In mezzo al rombo e agli acuti delle cose che si rompono sento el urla di mia moglie e delle bambine arrivare dalle camere da letto. Cerco di raggiungerle orientandomi con le loro urla e l’istinto e finalmente ci arrivo. Tiro su la tapparella per avere un po’ di luce, recupero mia moglie cerco la piccola che si è nascosta sotto le coperte. L’altra bimba è corsa dalla sua camera fino a me. Cosa fare ora? Scappare fuori o ripararsi sotto un tavolo? Mi viene in mente che un amico dei pompieri mi aveva detto che se c’erano già dei cedimenti e dei calcinacci che cadevano bisognava subito ripararsi altrimenti si poteva scappare fuori. Sono molto miope da sempre e forse questa mia abitudine a vedere le ombre invece che i dettagli fa si che riesca ad andare velocemente verso la porta. Quando siamo oramai sulle scale la scossa e cessata. Rimaniamo un attimo lì fermi a guardare se qualcosa accade. Mi moglie e le bimbe vanno in strada io torno un attimo su a prendere velocemente qualcosa per coprirle e mi infilo una tuta e le prime scarpe che trovo. Mia figlia più piccola mi salta in braccio e non scenderà più l’altra mi si nasconde dietro. Usciamo in strada, è tornata la luce fortunatamente. Andiamo verso la piazzetta perché ci sembra possa essere più sicuro là. Mentre cammino mi prende un senso di vomito fortissimo e mi sento le gambe mancare. Mi fermo e mi appoggio con una mano al cofano di una automobile. Mia figlia mi dice “guarda papà delle pietre”. Sul tetto dell’auto ci sono alcune pietre e dei calcinacci. Guardo in alto e benché ci sia poca luce si vede distintamente un camino crollato che viene tenuto su miracolosamente dalla grondaia. Si sente la prima sirena poi due poi tre poi tantissime. Ho preso il cellulare con me. Telefoniamo alle nostre persone più care ostentando sicurezza e nascondendo il terrore.

Quattro e venticinque al chilometro. C’è un caldo infernale. Mi sfilo la canottiera e corro a petto nudo. Non è che togliersela faccia diminuire di granché il caldo ma è più la sensazione di libertà che da sollievo. Due ore dopo rientriamo in casa. Ma dal quel momento non è più la nostra casa, è solo la nostra abitazione. Raccogliamo le cose cadute, decidiamo di guardare su internet cosa è successo per evitare che immagini troppo crude nei telegiornali possano spaventare le bambine. Mi addormento sul divano con mia figlia ancora aggrappata al collo. Il giorno dopo cerchiamo di fare finta che tutto sia passato, che ci siano solo da raccogliere i cocci della città ferita e aspettare che passi lo spavento. Perché qui noi siamo abituati così. Il terremoto passa e va. Non rimane sotto i tuoi piedi, dentro il tuo cuore. Ma ecco che nel pomeriggio una nuova scossa ci fa capire che qualcosa è cambiato. Ti insinua il dubbio, la paura. Cosa fare? Vedo il terrore negli occhi delle mie figlie e ripenso che se la scossa della notte fosse stata solo un poco più forte oppure più vicina la casa non avrebbe retto probabilmente. Ma neppure le case vicine. Ci sarebbe stato un disastro. Convoco le mie figlie e le istruisco con un discorso che mai avrei pensato di fare loro ma che adesso mi sembra sensato. Mi rivolgo alla più grande e le dico che se papà le dice di correre fuori lei deve prendere per mano sua sorella e insieme correre più in fretta possibile verso la piazzetta dove siamo stati la mattina. Senza girarsi, senza guardare. Lei mi guarda stupita e mi chiede cosa avremmo fatta io e la mamma. Le sorrido e le dico che noi poi saremmo sicuramente arrivati solo qualche secondo dopo e che ci saremmo trovati poi là. Balbetto qualcosa sul fatto che dobbiamo pure prendere la gatta ma insisto più volte sul fatto che se io dico corri loro devono fare così. Smetto di insistere solo quando lei smette di fare domande e dice che va bene, che ha capito. Alle otto di sera un’altra scossa ci toglie completamente la speranza che il peggio sia passato. Qui in questa casa, pardon, in questa abitazione sarebbe impossibile dormire. Decidiamo di andare a dormire in auto. Dormire è una parola vuota per il momento.

Tre e quarantacinque al chilometro. Faccio fatica a respirare. Ma voglio continuare a correre a questa velocità finché non ce la faccio più. Voglio fermarmi un attimo prima di stramazzare al suolo. Perché dal venti Maggio non c’è verso di dormire più di qualche mezz’ora di seguito. Ogni voce, ogni auto che passa, ogni aereo che sorvola la zona provoca un mancamento al cuore e un groppo allo stomaco e per quanto fingi con te stesso che si stia attenuando dentro basta un rombo diverso dal solito per riportarti al punto zero. Figuriamoci quello che ha fatto il terremoto di otto giorni dopo. Manca meno di un chilometro a casa. Alla mia abitazione. Cerco di tenere il ritmo massimo per morire solo di fronte al portone. Passo di fianco al palazzo Schifanoia. E’ transennato o meglio hanno infilato delle specie di picchetti di ferro nell’asfalto e hanno delimitato la zona con il nastro bianco e rosso. Mentre ci corro a fianco e allungo la mano fino a toccarlo, quasi ad accarezzare la mia città ferita. Sono ferite lievi ma profonde per fortuna ma come brutti tatuaggi indelebili che puoi nascondere ma rimangono. Raggiungo una bicicletta guidata da una mamma e dietro un bimbo girato spalle al verso di marcia. Mi guarda e mi sorride, mentre lo supero mi allunga la mano “per dargli il cinque”. Gli do il cinque e lo sorpasso. Corro gli ultimi cinquecento metri pensando che è ora di riconquistare la propria casa e mi sembra che il traguardo simbolico sia proprio il portone di casa. Così accelero quasi fosse la volta finale di una corsa alle Olimpiadi. Finisco il fuoco dentro abbondantemente prima del traguardo ma riesco a proiettarmi oltre.
Ho appena vinto casa mia.

Etciù

Le piscine sono una ambiente troppo rumoroso per distrarsi a pensare. Dalla tribuna osservo mia figlia aspettare il proprio turno con l’istruttrice di nuoto. Fa tenerezza nel suo costume intero sportivo e nella sua cuffia con Winnie Pooh sopra. Fino a poco fa chiacchieravo con la madre di una compagna di corso di mia figlia ma poi le era squillato il cellulare con una imbarazzante “Cavalcata delle Valchirie” e si era allontanata a parlare fitto fitto. Cerco di inseguire qualche pensiero ma non riesco, troppe le distrazioni e i richiami ad altro. Cerco di distendere un po’ le gambe nella ristrettezza dei posti a sedere. La madre é ancora al telefono. Si è appoggiata alla ringhiera e fra la maglietta e i jeans è sbucato un tatuaggio che finisce più in basso. E’ una ragazza piacente questa, forse un po’ trasandata ma in forma. Guardo il tatuaggio e cerco di immaginare come finisca in basso, verso il sedere. Distraggo lo sguardo e i pensieri. Si dice che l’uomo pensi al sesso circa 300 volte al giorno contro le 20 circa di una donna. Forse è vero. Forse 320 o 280 ma comunque tante. La madre continua a stare in quella posizione ed anzi involontariamente ha accentuato lo sporgere del sedere. Guardo un attimo i jeans tirati sulle natiche. Se continuo così oggi farò molto più che trecento. Giro la testa dalla parte opposta alla ricerca di qualcosa di diverso. Vedo il bar. Ecco un caffè ci starebbe bene. Scendo dagli scaloni in cemento e mi dirigo verso il bar guardando distrattamente verso le piscine.

Prendo un succo di frutta, il caffè non era il caso e mi siedo a queste specie di tavolini alti, con seggiolini su cui devi arrampicarti per poi appolaiarti. Secondo me li fanno scomodi apposta per impedire che la gente ci si fermi a lungo. Sfoglio un giornale locale che è pieno di nulla e pettegolezzi e guardo attraverso la vetrata la piscina. L’acqua è un elemento che non mi è mai appartenuto. Abbiamo convissuto in maniera spesso civile ma l’acqua non è il mio elemento. Ho fatto diversi corsi di perfezionamento al nuoto, pure per il brevetto di sub ma io e l’acqua rimaniamo in due ambienti distanti, non ostili ma distinti. L’unica acqua che amo è la pioggia. Magari correndo. Ecco la primavera è il momento ideale per correre sotto la pioggia. Ci sono quelle piogge sottili che le attraversi come fossero nebbie e pure quegli acquazzoni insistenti. Vedo la mia immagine riflessa sul vetro e penso solo ad alcune volte che ho corso sotto la pioggia con una gioia primitiva, infantile. Anche oggi piove. Sarebbe un giorno perfetto per andare a correre. Se solo potessi. Vengo distratto dai miei pensieri da un piccolo rumore, quasi un singhiozzo. Nell’altro tavolino seduta di fronte a me c’è la figlia della barista, una ragazzina adolescente. Prima avevo sentito che veniva sgridata perché non va bene a scuola e per punizione non avrebbe potuto uscire questa sera, questo sabato sera con gli amici. Sul tavolino ci sono dei libri e dei quaderni aperti. Ogni tanto viene ripresa dalla madre. Il libro è di matematica. Lei piagnucola e dice che non capisce niente di matematica. Torno a guardare la mia immagine riflessa sovraimpressa al mondo della piscina la dentro. Sono sempre stato portato per la matematica. Alle superiori pur senza avere mai studiato avevo la media dell’otto. Le dimostrazioni dei teoremi mi erano lampanti da subito, non c’era bisogno di riguardarli. Alla università la stessa cosa. I due esami di analisi matematica li avevo superati senza prepararli, limitandomi a sfogliare il programma e a vedere se lo sapevo. Ma per me una lavagna con i vari passaggi risolutivi era chiara evidenza, non mi ci perdevo. Era quasi rassicurante . La prof di latino al Liceo aveva detto che ero un traditore perché diceva che il Latino e la matematica erano la stessa cosa. E io le avevo risposto “Prof la matematica la vedo, la sento il Latino no”. Sono sicuramente dotato più della media in matematica ma non sono un genio. Ma nonostante tutto non ho mai voluto coltivare questo talento. Ho preferito seguire mille altre cose in cui ero sicuramente molto meno dotato. Sorrido a al pensiero di cosa avrebbe potuto essere la mia vita se avessi seguito questa strada. Forse migliore, forse no ma comunque non era quella la direzione che mi interessava. La adolescente all’ennesimo rimbrotto della madre ha riempito gli occhi di lacrime. Non vuole piangere e non vuole farlo vedere alla madre soprattutto. Quante volte sono stato chiuso in camera per punizione perché non volevo andare da barbiere per poi rimediare degli imbarazzanti tagli a spazzola. In quei lunghi giorni di isolamento pensavo “Vedrai poi quando avrò diciott’anni…”. Sono poi arrivati quei diciotto e non è successo nulla. L’adolescente tiene la testa praticamente piegata sul quaderno in modo che i capelli le coprano la faccia dalla vista della madre. Ma io vedo un paio di lacrime cadere sul quaderno e mescolarsi all’inchiostro generando una nuvola, anzi una macchia che ben rappresenta la matematica per quella mente. Le chiedo cosa stia studiando di matematica. Lei alza lo sguardo verso di me. Mi fa una grande tenerezza con quegli occhi pieni di lacrime. Se vuoi ti aiuto un attimo. Nel dirlo guardo la madre per averne il consenso. Mi siedo al tavolino con lei e guardo il libro degli esercizi. Quando ero all’università avevo dato tante e tante ripetizioni di matematica che nonostante sia passato tanto tempo è un attimo capire cosa dire e come dirlo. Le spiego come risolvere quel tipo di esercizio giocandoci e scherzandoci su. Mi accorgo che ha capito perché una volta arrivata in fondo mi guarda con gli occhi fuori dalle orbite sorridente, confusa, stupita. Si getta a capofitto nell’esercizio seguente e lo risolve da sola mostrandomi di avere capito il meccanismo. Da come mi guarda si intuisce che pure lei ora vede la matematica, per lo meno quella in quello esercizio. E’ una iniezione di fiducia e di conforto. Sorride e mi ringrazia mentre vado via che sta per finire la lezione di mia figlia. Mentre cammino sulle tribune mi giro a guardarla ancora una volta. Ha la testa su e si sta facendo la coda. Non uscirà lo stesso questa sera con i suoi amici ma sembra stare meglio.

La madre tatuata è ancora ala telefono nella stessa posizione ma il suo tatuaggio non mi solletica più la fantasia. Ho in mente solo una cosa ora. Riprendo mia figlia, la lavo, la asciugo e la vesto. In macchina ho la sua mantellina para pioggia e gli stivali di gomma. Giriamo giusto dietro la piscina dove c’è un parcheggio semivuoto pieno di pozzanghere. La vesto bene che non si bagni e poi usciamo entrambi sotto al pioggia a giocare con le pozzanghere.

Lo so, mia moglie non approverebbe, ma io quando ero piccolo non ho mai corso dentro le pozzanghere con mio papà. Me lo ricorderei bene. Esattamente come ora ricordo a faccia di mia figlia mentre mi insegue dentro una pozzanghera che potrebbe essere un lago.

Etciù.